Arturo Graf.
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Il Boccaccio e la superstizione.
Estratto da Nuova Antologia, febbraio 1885.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/.
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IL BOCCACCIO E LA SUPERSTIZIONE
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1.

Gustavo Koerting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e l ne' suoi scritti, esce in questo giudizio: "In generale bisogna dire che il Boccaccio, per ci che concerne la superstizione e la credenza nel meraviglioso, si trova pressoch interamente al basso livello del medio evo, mentre non  la pi piccola gloria del Petrarca quella di essersi elevato quasi all'altezza dell'avveduto e libero pensare moderno"(1).
Un s fatto giudizio parr, non solamente eccessivo, ma a dirittura falso a molti, che, leggendo pi propriamente il Decamerone, avran creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorit, aperto assai pi alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie del soprannaturale. Dire che il Boccaccio , pressoch interamente al basso livello del medio evo, quanto a credulit e gusto del meraviglioso, gli  come dire ch'egli sta quasi alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge  manifestamente mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai pi giusto sotto ogni rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo(2); col Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis(3); vanto che non gli si potrebbe in nessun modo attribuire se, in fatto di credulit e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro De montibus, fluminibus, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico, il Boccaccio vince i suoi contemporanei(4); e l'Hortis, il pi profondo conoscitore e l'illustrator pi felice delle opere latine del Certaldese, giustamente osserva(5): "Il Boccaccio fu spesso accusato di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui copiati, e che il Boccaccio ripete bens mille favole, ma per questo e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e crede pi a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola. Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li trascrive fedelmente, per vi aggiunge: "ma ci non cred'io", "ci mi sembra impossibile", "questa  a mio giudizio una favola", oppure osserva arditamente: "codesto io lo stimo ridicolo!".
Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale degli opposti giudici ha ragione? L'argomento non  senza curiosit e senza importanza, e merita, parmi, che noi ce ne occupiamo alquanto.
Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Koerting fonda la sua accusa. Eccole, nell'ordine stesso con cui egli le reca. Il Boccaccio credeva nei sogni(6); il Boccaccio credeva che i moribondi potessero esser fatti partecipi dello spirito profetico(7); il Boccaccio credeva nell'astrologia(8); il Boccaccio credeva che lo strabismo fosse indizio di anima perversa(9); il Boccaccio credeva che nelle evocazioni dei morti comparissero, non gi questi, ma diavoli(10); il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente sceso all'Inferno, e che Virgilio avesse costruito ogni specie d'ingegni magici(11). Qui c' luogo a parecchie osservazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe che, enumerate le cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si ricordassero quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava fede, e quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La lista loro riuscirebbe assai lunga a volerla fare compiuta. Cos il Boccaccio non credeva (e il Koerting stesso lo avverte) che certe subite infermit, e certe morti improvvise, avvenissero per opera del demonio, come era opinione dei meno sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause in tutto naturali(12). Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola la credenza secondo cui la gramigna nascerebbe dal sangue dell'uomo(13). Il Boccaccio stima una favola ci che di quell'arche sepolcrali ricordate da Dante, le quali presso ad Arles facevano il loco varo, dicevano quei del paese, cio che fossero opera divina(14). Il Boccaccio non crede che il re Art sia sopravvissuto alle sue ferite, e debba tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice che mor e fu sepolto segretamente(15). E notisi che questa opinione, non al tutto spenta in Iscozia, nemmen oggi, fu tanto diffusa ed ebbe gi tanta forza, che, secondo afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo secondo, nel dar la mano a Maria d'Inghilterra, dovete far solenne giuramento di rinunziare al diritto acquistato sopra quel regno nel caso che il re Art facesse ritorno. Il Boccaccio non diede fede alle cause mosse ai Templari, tra le quali non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo delle sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli dell'alchimia. Parlando di Giuliano l'Apostata nel libro settimo del De casibus virorum illustrium, fa pure ricordo delle arti magiche esercitate dal quell'imperatore, secondo piace ad alcuni; ma non dice di credere egli ci che quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel libro De montibus, silvis, ecc., dice dagli ignoranti essere stato anticamente creduto si potesse andare per esso ai regni infernali; ma non fa motto, n degli uccelli negri che, secondo San Pier Damiano e Vincenzo Bellovacense, vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato all'alba del luned, e non erano se non anime dannate; n delle ingenti porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del veracissimo Gervasio da Tilbury, si vedevano in fondo al lago stesso. Discorrendo, nel gi citato libro De montibus, delle fonti, ripete, gli  vero, parecchie favole spacciate gi dagli antichi; ma queste parecchie son pur poche in confronto di quelle infinite che si leggono in altri e molti consimili trattati del medio evo.
Oltre a ci se il Boccaccio crede a certe cose, non per questo si deve sempre dargliene carico, o si deve dargliene solo con certa misura, avuto riguardo alla qualit delle credenze, o al modo tenuto dallo scrittore nel farle palesi, o anche alle condizioni generali del sapere e della coltura ai tempi suoi; e quelle che hanno pi particolarmente carattere di errori scientifici non debbono dare argomento a taccia di superstizione, essendo l'errore scientifico e la superstizione due cose troppo diverse fra loro.
Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di animo malvagio, noi non lo accuseremo per questo di partecipare ad un error popolare, dopoch si son veduti criminalisti e psichiatri riconoscere in questa e in molte altre deformit un indizio (non una prova certa) d'imperfezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene a trovar conferma l'antico adagio latino: cave a signatis.
Narrata nel libro secondo del De casibus la storia di Astiage, il Boccaccio soggiunge alcune considerazioni sui sogni e afferma, provandolo con altri esempii, che per essi l'uomo pu avere cognizione dell'avvenire; ma attenua poi di molto egli stesso il valore delle sue parole, avvertendo che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano difficilmente poteva andar pi in l, perch la veracit di certi sogni  solennemente attestata dalla Scrittura, e di sogni profetici sono piene le vite dei santi. Il Boccaccio non fu in ci pi credulo di Dante, del Petrarca, o di chi, come il Cardano, sulla interpretazione dei sogni scriveva ancora in pieno Rinascimento.
Quanto all'astrologia la questione  un po' pi complicata. Il Boccaccio non nega gli'influssi degli astri, ma dice che di questi influssi l'uomo non pu aver cognizione, e cos dicendo nega la scienza astrologica, e riconosce per vani e per illusorii i pronostici degli astrologi(16). Inoltre, sebbene in ci qualche volta si contraddica, pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi umani, e che la libert dell'arbitrio non ne rimane in modo alcuno menomata. Anzich biasimo, noi dovremmo dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione cos misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune dava agl'influssi celesti qualit d'irresistibili e di fatali, e un Cecco d'Ascoli (in ci non primo n ultimo) assoggettava al corso degli astri la vita dello stesso Cristo, e i principi d'Italia e le stesse citt libere tenevano ai loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de' quali si governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli s'avesse favorevoli e quali contrarie, soggiungendo:

E so da tal giudizio non s'appella.

La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi celesti non  per nulla disforme da quella seguta dal Boccaccio(17), e con questo si accorda anche Giovanni Villani, il quale, del rimanente, si mostra assai pi proclive al meraviglioso e pi credulo. Certo, il Petrarca mostr maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche dire che le ragioni di cui egli si giova sono assai pi religiose che scientifiche(18). Del resto, quando pure il Boccaccio avesse avuto nell'astrologia assai pi fede che veramente non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato nella superstizione del medio evo, giacch l'astrologia fior assai pi dopo il Rinascimento che non prima, ed  superstizione intimamente legata con l'umanesimo, come non poche altre rinovellate allora dall'antichit(19). Certo, nessuno vorr accusare di tendenze e d'idee medievali uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano e il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia. Il primo che l'abbia combattuta con altri argomenti che non sieno i religiosi e i morali, fu Pico della Mirandola.
Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non dev'essere troppo severamente ripreso, perch assai difficilmente si sarebbero potute allora, e assai difficilmente si potrebbero anche oggid, staccare in tutto dalla credenza religiosa: cos di quella che concerne le apparizioni degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni, quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento un umanista come Alessandro Alessandri, in quella imitazione delle Notti attiche di Aulo Gellio da lui intitolata Dies geniales.
Ma c' ben altro da dire.
Da che libri deriva il Koerting le prove della credulit e della superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto: dalla Genealogia degli Dei, dai Casi degli uomini illustri, dal Comento a Dante. Or che libri son questi? Son libri di conto per molti rispetti, libri su cui riposa in gran parte la riputazione del Boccaccio come umanista e come erudito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo, quello cio di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto tardi dell'ingegno dello scrittore, di appartenere pi o meno all'et decadente di lui. La Genealogia degli Dei, sebbene cominciata negli anni giovanili, non usc dalle mani del suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi alla morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato il Boccaccio d di molti miti dell'antichit classica fa testimonio di una mente tutt'altro che inviluppata negli abiti intellettuali del medio evo, e pu ancora porgere occasione di meraviglia a noi, tanto pi addentro di lui nei misteri della mitologia; ma nessuno  in grado di dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto o tolto all'opera sua. Cos ancora non prima di quello stesso anno 1373 usc in pubblico il libro dei Casi degli uomini illustri. Quanto al Comento, esso fu in quell'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio, soprappreso da gravissima infermit, e poi dalla morte, non pot condurlo a termine. Il libro dei Casi dunque, il Comento, e, in parte almeno, anche le Genealogie, sono opere senili del Boccaccio, e questa loro qualit d pi che sufficiente ragione di certi caratteri e di certe tendenze che si notano in esse.
La vecchiezza, tutti lo sanno,  assai pi inclinata alla superstizione che non la giovent. Il sentimento della decadenza crescente, la preoccupazione angustiosa di una prossima fine, il sospetto d'insidie celate e di subiti danni, a cui non pu fare pi schermo l'affievolita natura, lo sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva, lo stesso arcano della morte che come pi incombe pi riempie l'animo di meraviglia paurosa, dispongono e quasi forzano a una inclinazione cos fatta. Nel detto: aniles fabulae, non  senza grande ragion quell'epiteto. Ed  noto ancora come risorgano irresistibili nel vecchio i sogni e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del fanciullo.
Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni di scadimento fisico erano gi apparsi, quando, a provocare ne' pensieri e nella vita di lui un totale rivolgimento, ecco capitargli addosso il certosino Gioachino Ciani con quella diavoleria delle visioni e delle minacce del santo frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere questa storia notissima, alla quale, non so perch, si vuole da taluno scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne rimanesse sbigottito, e come, ravveduto, si proponesse di fare ammenda de' suoi trascorsi,  noto del pari. Egli rinneg i frutti migliori del suo ingegno; egli detest l'opera maggiore, per cui il nome suo vive e vivr perpetuo nella memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorit del Petrarca per impedirgli di vendere i libri con tanto amore e con tante fatiche raccolti, rinunziare a ogni studio, darsi all'anima interamente. L'infelice avvenimento non ringiovan certo il Boccaccio, anzi conferm in lui la gi sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, essere anche morale, lo prova il fatto stesso; giacch il Boccaccio, grandissimo beffatore di frati, e canzonatore di loro miracoli, si sarebbe dato assai poco pensiero dei sogni di fra Pietro e delle prediche di fra Gioachino, se fosse durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del pensiero, l'antico vigore della ragione, e la secura autonomia del giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio non sia mai stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; sebbene si vorrebbe vedere quanto le prove valgano, e quanto addentro ci mettano nella coscienza del nostro autore: ad ogni modo gli  certo che la fede non gli diede mai briga soverchia negli anni della giovent e della virilit pi rigogliosa.
La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio effetto nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non ben calda, ed eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto insino allora sopito. Dando fede al racconto mirabile del frate, il Boccaccio veniva a mettere il piede sopra la via maestra della superstizione e della credulit, via sulla quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un tanto di spirito critico e di libert di giudizio. Se, per esempio, egli credeva alla veracit dei sogni, questa sua credenza doveva farsi pi certa che mai. Se aveva opinione che i moribondi vedessero le cose avvenire, questa opinione doveva levarsi in lui al disopra di ogni dubbio. Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che ora gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero esercizio del suo pensiero, e si d a lavori di compilazione e di erudizione, nei quali la sua mente  come infrenata dal soggetto, si fa recettiva delle opinioni altrui, e perde a poco a poco l'abito e il gusto della critica. La condizione di spirito, in cui egli per tal modo si ridusse, ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermit prese a travagliare l'organismo gi affaticato. Nella state del 1372, o in quel torno, il Boccaccio pot credersi in fin di vita. Nella lettera che scrisse allora all'amicissimo suo Maghinardo de' Cavalcanti, lettera tutta inspirata a sensi di profondo sconforto, egli, detto de' mali fisici che lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo studio, odio pei libri, indebolimento delle facolt mentali, perdita della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile, e tutti i suoi pensieri erano rivolti alla morte e al sepolcro(20). In quel tempo appunto egli adoperava lo stremo delle sue forze intorno al laborioso Comento: non doveva lo studio del poema sacro, la cui azione si svolge tutta nei regni del soprannaturale, inclinar pi sempre l'animo angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere in esso il senso del reale, farlo vago di quanto trascende l'esperienza, o vince la ragione? Nel Comento, pi che in altra scrittura del Boccaccio, occorrono frequenti segni di credenza superstiziosa; ma e' non poteva essere diversamente. Noi non dobbiamo gi meravigliarci e scandalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli scritti senili del novellatore pentito e turbato; bens dobbiamo meravigliarci che il numero loro non sia molto maggiore, e molto pi trista la lor qualit.
Ma perch giudicare superstizioso il Boccaccio sulla testimonianza de' suoi scritti senili? Perch, ravvisato, o creduto ravvisare certo aspetto del vecchio, dire: tale fu l'uomo? Perch non cercare piuttosto i documenti del suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui composte nel tempo migliore? Perch non rintracciarle, sopra tutto, in quell'immortale Decamerone, in cui il poeta mise la miglior parte di s, e che in ogni sua pagina attesta il vigore degli anni e dell'intelletto? Ponetevi a questo studio, e vedete come si giunga a tutt'altra conclusione e a tutt'altro giudizio.


 2.
Io non dir col De Sanctis che il Decamerone sia una catastrofe, o una rivoluzione, che da un d all'altro ti presenta il mondo mutato(21). Non lo dir, perch non credo a queste catastrofi letterarie pi che dagli scienziati non si creda alle catastrofi geologiche; perch ho ferma fede che la legge di evoluzione, la quale governa le cose tutte che vivono, e quelle ancora che non vivono, non patisce eccezione; perch ho per sicuro che se un libro pu molto nel rifare uomini e cose, il mondo  gi profondamente mutato quando appare il libro che porge, come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice fonti del Decamerone, s'intende parlare dei luoghi d'onde provengono, per via pi o meno lunga, i temi delle novelle raccontate nel libro; ma nel libro non ci sono le novelle soltanto; ci  anche un complesso d'idee, di sentimenti e di giudizii, un modo di considerar la vita, un indirizzo generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto dell'autore, e che fatto suo non sono se non in parte. Anche di queste cose ci sono le fonti; ma non  cos agevole dire quali e dove sieno, come non  agevole indicare la fonte di un fiume che nasca d'infiniti rivoli, di scaturigini sparse e recondite. Le fonti sono nel pensiero, ancora malamente determinato, di una et tutta intera; il che  tanto vero, che quando poi il libro  nato, nel quale un nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, gli uomini di quella et lo riconoscono per cosa loro e si compiacciono in esso. Dico ci perch non voglio presentare il Boccaccio come un eroe del libero e spregiudicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perch, con affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha pur le sue ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di fargli maggior torto di quello si faccia a un bell'albero rigoglioso con dire che esso si nutre degli elementi della terra in cui figge le radici, e degli elementi dell'aria in cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho qui a parlare del Decamerone in quanto ha significazione storica generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge documento dell'animo del suo autore rispetto alla credenza superstiziosa. E il documento, a mio credere, non potrebbe essere n pi esplicito, n pi favorevole.
Incominciamo dalla Introduzione.
Nella Introduzione, com' noto, il Boccaccio descrive la spaventosa peste del 1348, uno dei pi tremendi flagelli che la storia umana ricordi, perch si calcola che nel giro che fece per l'Europa uccidesse non meno di 25,000,000 di persone. Quale occasione migliore di questa per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo nel meraviglioso e nel soprannaturale pi sformato? Ma mentre qua e l per l'Europa le menti eccitate dalla paura si smarrivano in mille strane immaginazioni(22), sino a credere la moria opera dei demonii, il Boccaccio, serbando la serenit del giudizio, non dice altro, se non che essa sopravvenne per operazion de' corpi superiori, o per l'ira di Dio, a correzion della iniquit umana. Qui, senza dubbio, la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne mostra  proprio un nulla in confronto di ci che hassi altrove; e toccato appena delle cause, il Boccaccio passa a fare quella magistral descrizione degli effetti fisici e morali del morbo, la quale tutti conoscono, e che rivela qualit di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a diverse paure ed immaginazioni che nascevano negli animi conturbati, ma non dice quali fossero. Nel Comento invece ne ricorda una con le seguenti parole(23): "E se io ho il vero inteso, perciocch in quei tempi io non ci era, io odo, che in questa citt (Firenze) avvenne a molti nell'anno pestifero del 1348, che essendo soprappresi gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon pi e pi, li quali de' loro amici, chi uno e chi due, e chi pi ne chiam, dicendo: vienne tale e tale; de' quali chiamati e nominati, assai, secondo l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al chiamatore". Il Comento fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare il miracolo, non nasconde un certo dubbio che gli si leva nell'animo. Vent'anni innanzi egli non lo aveva creduto meritevole di ricordo; e in fatto, come avrebbe potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual  quella dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare che sappia scusarsi abbastanza, ed esce in queste precise parole che si leggono nella Introduzione: "Maravigliosa cosa  ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede degno udito l'avessi"? Certo, chi andava cos peritoso in riferir cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale, non doveva essere troppo disposto a raccoglier leggende e a dar loro lo spaccio.
La novella 1a della I giornata ha per noi molta importanza. In essa il Boccaccio racconta assai piacevolmente la storia di quel Ser Ciappelletto, che avendone fatte d'ogni risma in vita, muore, in virt di una falsa confessione, in concetto di santit, e, dopo morto, fa miracoli e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In pi altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santit bugiarda; ma in questa egli va pi oltre, e se non deride a dirittura, mette in mala vista, senza voler parere, e con l'usato suo accorgimento, il culto smodato dei santi, e le pratiche ond'esso  occasione al volgo, pratiche in cui poco o nulla  che s'innalzi sopra la superstizione pi grossolana, e biasimate assai volte dagli uomini di fede pi illuminata. Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii e documenti di satira contro s fatto culto. La storia di San Nessuno, contemporaneo di Dio padre, e in essenza consimile al figlio,  un'ardita e abbastanza gustosa parodia di quelle prediche fratesche, in cui si celebravano le virt e i miracoli dei santi patroni(24). Nella letteratura francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e nell'italiana San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e narra l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi ragionamenti, appartiene al Rinascimento. Ma la novella del Boccaccio tende a scalzare le basi stesse del culto dei santi. Se un solenne gaglioffo pu, con una semplicissima gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura che molti santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno stati gaglioffi? L'ultima, pi solenne e pi irrecusabile prova della santit, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa, se sul sepolcro d'uno scelerato possono avvenire quegli stessi prodigi che sui sepolcri dei santi uomini. "E se cos " nota il Boccaccio con fine ironia "grandissima si pu la benignit di Dio cognoscere verso noi, la quale, non al nostro errore, ma alla purit della fede riguardando, cos facendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno veramente santo, per mezzano della sua grazia, ricorressimo". Dunque indifferente la qualit del mezzano; dunque inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio il buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a conoscere; dunque biasimevole questo ricorrere sempre a mezzani di dubbia fede e di credito incerto, quando la misericordia di Dio ha s gran braccia che, senza bisogno di sollecitazione o di ajuto,

Accoglie ci che si rivolve a lei;

dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella distribuzione e division di lavoro fatta tra i santi, con attribuire a ciascuno una particolare cognizione degli umani bisogni, una giurisdizion propria e una personal competenza in fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni che, nel medio evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto dei santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinit, con alterazione profonda della idea cristiana, son note anche troppo. Si badi che io intendo parlare pi particolarmente della forma che quel culto assunse tra le plebi mezzo barbare. La principale e la pi increscevole la porse il desiderio, naturale del resto in animi grossolani, di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volont del bene, benefizii che invano si sarebbero chiesti alla severa ed incorruttibile giustizia di Dio. Il culto dei santi si risolve in una vera e propria clientela, nella quale il devoto  tenuto a prestare certe servit, e il santo accorda in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno pu eleggersi il suo particolare patrono, e non v' cos grande scelerato che non possa sperare merc sua di salvarsi. Per tal modo l'opera del patrono potr spesso esercitarsi, non solo intempestivamente, ma ancora in aperta contraddizione con la giustizia, colmando di favori chi manco n' degno. In pi di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina ed umana, non serb in fondo all'animo efferato altro sentimento irriprovevole che una sterile devozione al nome di lei. In altre si vedono i santi strappare a viva forza dagli artigli dei diavoli le anime dei loro devoti, le quali, non senza giusto decreto del supremo giudice, erano dannate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel modo,  una grande superstizione cresciuta dentro e sopra al cristianesimo, e noi abbiamo buon argomento per dire che a questa superstizione non partecip il Boccaccio(25).
A questo medesimo argomento appartiene il culto delle reliquie, e che cosa pensasse di questo culto il Boccaccio si rileva dalla novella 10a della giornata VI, dove, con vena comica impareggiabile,  narrata la storia di frate Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze e di pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione nel medio evo il culto delle reliquie,  noto abbastanza. I leggendarii, le cronache claustrali, le memorie di chiese infinite, son piene dei documenti di questa triste istoria. Il sentimento che si ritrova in fondo a un culto s fatto contraddice nel modo pi risoluto ai principii essenziali di quella religione dello spirito che , o avrebbe dovuto essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato, un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, riappare la credenza nella magia. La reliquia  un amuleto o un talismano, il quale, secondo la variet dei casi, preserva dai morbi, guarda dalla folgore, difende dai ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia, lega i demonii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e mille altri modi protegge, aiuta, salva chi ne  in possesso, e ci per una sua propria connaturata virt, la quale pu esercitarsi anche se il possessore sia in tutto fuori della grazia di Dio. Cos ne' vecchi poemi epici francesi si veggono i maledetti Saracini porre ogni opera a procacciarsi le reliquie tenute pi care dai cristiani, e, avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo. Informe e sconcia superstizione, a pi potere favorita e rinforzata dai frati, che si fecero mercanti di vere o false reliquie, moltiplicarono le pi celebrate, le pi stravaganti inventarono, e spesso con l'ajuto loro procacciarono ai proprii conventi assai pi riputazione di quello avrebbero potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente cristiana(26). Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor egli alla universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie: da giovane egli certamente, derise la superstiziosa credenza, e la sua novella lo prova.
Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e piacevol compare, andava ogni anno in Valdelsa, come usano questi frati, a ricogliere le limosine fatte loro dagli sciocchi. A promuovere la carit, un po' infingarda, di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far vedere loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente, una penna dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera di Maria, quando l'angelo venne a farle l'annunzio divino. Questa  satira mordace, che va pi direttamente a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le quali si veneravano qua e l nelle maggiori chiese di Europa, come il latte della Vergine, o la lacrima versata da Ges sopra il corpo di San Lazzaro, o un pezzo della carne arrostita di San Lorenzo, o proprio penne dell'arcangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non  se non il principio; perch, trovati, per la beffa ordinata da due giovani sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva riposta la penna dell'angelo, la quale non era se non una penna di pappagallo, il frate, senza smarrirsi, entra in uno spropositatissimo racconto dei viaggi da lui fatti per mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in Gerusalemme, le quali erano: il dito dello Spirito Santo, cos intero e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco; et una dell'unghie de' Cherubini; e de' vestimenti della Santa F cattolica; et alquanti de' raggi della Stella che apparve a' tre Magi in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, quando combatt col diavolo; e la mascella della morte di San Lazzaro et altre. Poi ricorda come nella stessa citt di Gerusalemme avesse in dono da quel santo patriarca uno de' denti della Santa Croce, et in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone, e la penna dello Agnolo Gabriello, e altro ancora. In Firenze ebbe poi di quei carboni onde fu arrostito San Lorenzo, e son quegli appunto ch'egli ha nella cassetta.
Che in parecchie novelle del Decamerone, come nella 2a della giornata seconda, nella prima della giornata settima, si parla con molta irriverenza di certe orazioni e della loro efficacia, basta qui ricordar di passaggio;  tale irriverenza e, non gi in ci che di esse dicono i personaggi introdotti nella novella, ma nella intenzione che l'autor lascia scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, e vuole sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi e dei creduli. Togliere argomento di riso e di beffa dalle sciocche credenze del volgo  solo proprio di chi non partecipa a quelle credenze. Parlando di frate Puccio nella novella quarta della giornata terza, il Boccaccio dice "E per ci che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, n mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori". Qui non le orazioni soltanto, ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose da uomini idioti e di grossa pasta, non altrimenti da quanto fecero poi pi tardi, nel Cinquecento, molti umanisti. Una stolta penitenza, ma non pi stolta di molte inventate dal superstizioso ascetismo, d occasione a quanto poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia nel modo pi comico, ma pi profano ancora, coi fatti tutt'altro che ascetici ond'essa  pel rimanente intessuta.
Che una mente quale si  quella che il Boccaccio addimostra in queste novelle non dovesse essere troppo inclina a credere ai miracoli s'intende facilmente; e sta il fatto che in tutto il libro non se ne trova uno solo che sia narrato da senno, ma sempre sono burle e ciurmerie, e non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella prima della giornata seconda abbiamo un facchino tedesco, alla cui morte in Treviso, sonarono, secondo che i Trivigiani affermano, tutte le campane della chiesa maggiore, senza che nessun le toccasse. "Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della citt alla casa nella quale il suo corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa maggiore ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, e ciechi, et altri di qualunque infermit o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani". Un Martellino, buffone, si finge attratto e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto l'inganno, il popolo fanatico gli  addosso, e lo concia pel d delle feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo della forca, finch il signore della citt, udita la cosa, e fattene grandissima risa, ne lo manda sano e salvo, col dono di una roba per giunta. E il buon Sant'Arrigo si riman con le beffe. Un altro bel miracolo si ha nella novella 2a della giornata IV, dove frate Alberto si trasforma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come lo sciocco Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti per le preghiere del santo abate, si pu vedere nella novella 8a della giornata IV, dove non solamente, a parer mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei fantastici viaggi nel mondo di l, che con tanta frequenza occorrono nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato di molte cose, "a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de' parenti loro, e faceva da s medesimo le pi belle favole del mondo de' fatti del purgatoro, et in pien popolo raccont la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello"(27).
Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare si possa ricavare il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando componeva il Decamerone, non sar stato un miscredente, ma certo non era un credenzone. Nulla prova che egli negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di fronte al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva un contegno risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio non era accessibile allora a nessuna forma di superstizione religiosa, e sotto questo aspetto, sarebbe grande ingiustizia, non solo il dire che egli si manteneva tuttavia, come il Koerting dice, al basso livello del medio evo, ma il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto.

 3.
Oltre le superstizioni di carattere pi particolarmente religioso, molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che vedere, hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche per queste si possono trovare nel Decamerone i documenti del pensiero del Boccaccio.
Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene contrarie a verit, non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7a della giornata IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi. Alessandro Neckam, nel suo libro De naturis rerum, Corrado di Megenberg, nel suo Buch der Natur, ed altri, dicono che il rospo mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle radici di essa. Checchessia di ci, al rospo, oltre a parecchie qualit naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia di un rospo, che ucciso pi volte, bruciato e ridotto in cenere, perseguit senza requie il suo uccisore, finch pot morderlo e vendicarsi(28). Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente. Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una propriet naturale.
Che il Boccaccio credesse nei sogni fu gi avvertito di sopra, ed  provato ancora dalle novelle 5a e 6a della giornata IV, e 7a della giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo alla superstizione pi grossolana, non voglio scusarlo; ma  da notare per altro che egli non la sguita senza recarvi qualche restrizione. Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto, Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice: "... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano. Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali n l'uno n l'altro commendo, per ci che n sempre son veri, n ogni volta falsi".
Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle pi diffuse e delle pi irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose svariate virt soprannaturali. Basta leggere il Liber lapidum che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123) e gl'innumerevoli Lapidarii che ne derivano, per vedere a quali stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili, pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le discordie, pietre che davano la sanit, pietre che fugavano i diavoli, pietre che mettevano in grazia di Dio.
Gli  certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a pi di una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi le pietre potessero, per virt propria, operare moltissimi di quegli effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttoch confermate dall'autorit di scrittori di molta riputazione, come Isidoro di Siviglia, Alessandro Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero, si pu sicuramente argomentare dalla novella terza della giornata terza. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel Poema dell'Intelligenza, e dal Sacchetti in suo trattatello Delle propriet e virt delle pietre preziose; e nel Novellino si racconta molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore Federico secondo tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa virt, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virt delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e cos pure Gianbattista Porta e Simone Majolo. Nella novella del Decamerone test citata si tratta appunto di una pietra che ha virt di rendere invisibile, l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie altre qualit mirabili, come di dare spirito profetico e buona reputazione, assicurare l'incolumit, ecc. L'eroe della novella del Boccaccio  quel Calandrino, che anche altrove, nel Decamerone, fa cos bella figura, e il cui nome  passato in proverbio. Che certe fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile sciocchezza di lui,  gi buono argomento a giudicare del concetto in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso, che vuole burlarsi di lui, parlare delle virt delle pietre preziose, Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde "che le pi si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsiccie, et avevasi un'oca a denajo et un passero giunta, ecc.". Richiesto da Calandrino, se di quelle pietre non si trovino anche l, presso a Firenze, Maso risponde che s; essercene due di grandissima virt, i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa quell'acquisto che nella novella si pu vedere e che qui non accade ripetere. Non poteva il Boccaccio schermire pi saporitamente la sciocca credenza; n si obbietti che nel Filocopo egli parla di certo anello dotato di virt miracolose, perch ei non ne parla se non per maniera di finzione romanzesca, e senza credervi pi di quello credesse l'Ariosto all'Ippogrifo.
Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia naturale dell'amore non v' chi gli vada innanzi. Egli sa come l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga. Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccicare. Miracoli d'amore egli non conosce se non dovuti a giovent, a bellezza, a gentilezza d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui si deve ogni amoroso affetto. A che pro i filtri se la seduzione pu trionfare di ogni animo pi restio? Non v' incantamento che possa aver pi forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa malia si discorre nella novella 5a della giornata IX; se non che, a farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino, il nuovo uccello, a cui non  fandonia che non si possa dare ad intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un certo suo breve magico e d a credere all'innamorato che, tocca con esso la donna, questa non potr fare che non lo segua dove pi a lui piacer di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga le pene della sua credulit, uscendo dall'avventura tutto pesto e graffiato. Altre pi gravi e complicate malie s'hanno nella novella settima della giornata ottava, ma non per altro fine che per servire ad un fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una sciocca credulit. La Elena  abbandonata dall'amante suo, e non pu darsene pace; la fante "non trovando modo da levar la sua donna dal dolor preso... entr in uno sciocco pensiero, e ci fu che l'amante della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per alcuna nigromantica operazione".
Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge chiaro dalle novelle 3a e 9a della giornata settima, 6a e 9a della giornata ottava, decima della giornata nona. In quest'ultima  assai piacevolmente messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9a della giornata ottava  nominato il famoso negromante Michele Scotto, assai spesso ricordato nelle scritture di quella et. Dante lo pone in inferno, dicendo di lui

che veramente
Delle magiche arti seppe il giuoco(29).

Di certe sue profezie fanno ricordo Giovanni Villani e Salimbene nelle loro cronache. Fazio degli Uberti dice che egli

per sua arte
Sapeva Simon Mago contraffare(30)

e grandi meraviglie raccontano di lui Benvenuto da Imola, Jacopo della Lana ed altri commentatori di Dante, e Giovanni da Prato in una delle novelle inserite in quel suo romanzo, cui il Wesselofsky pose titolo Il Paradiso degli Alberti(31). Altre ne ricorda, ma per giuoco, il Folengo nella maccheronea 17 del Baldo. N pi seriamente del Folengo dobbiam credere che intendesse ragionare di lui il Boccaccio, il quale nella sua novella lo fa ricordare come gran maestro di negromanzia a Bruno, non con altro fine che i burlarsi di maestro Simone.
Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 3a e 9a della giornata X il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose veramente accadute. Nella prima narra di un fiorente giardino fatto sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di Alberto Magno e di molti altri presunti incantantori; nella seconda, ch' la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia, quanto che l'avesse il Goethe pu provare il Fausto. Qui abbiamo due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio accoglie nel Decamerone, non perch li creda veri, ma perch li conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso. Accolti, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che per pi esempii abbian potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza altrui. Cos facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non gi la sua propria opinione, la quale  sin troppo chiarita da tutte le altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di una cosa non pu essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni dell'arte e della storia, mentre  prova certa d'incredulit il parlarne con ironia o con riso.
Questa considerazione vale anche per ci che mi rimane a dire delle apparizioni e dei fantasmi.
Nella novella 3a della giornata V si narra di quella bellissima e formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta di Chiassi, quando s'incontr in una donna ignuda che fuggiva, inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra un cavallo nero. L'apparizione  qui data per reale, e quella donna e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innest in un racconto tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle mani del Boccaccio l'apparizione diventa una macchina di racconto romanzesco. Nella novella decima della giornata settima un giovane popolano, stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di l non si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni. Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella prima della giornata settima, e di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella gi citata novella 3a della giornata terza, raccontando Lauretta come l'abate fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo penitenza, dice che ci porse argomento di molte novelle tra la gente grossa della villa. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso dei sogni.
Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio, quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma anzi se ne trae fuori tanto quanto  possibile ad un uomo di quel tempo. Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte meriti grandissimi, perch in troppi luoghi delle sue opere se ne ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il Boccaccio tanto al disotto di lui, n credo giusto trar l'uno sulle pi alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro gi nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'usc maggiormente? Quale vi retrocesse pi addentro? Non  cosa agevole dirlo. Il Boccaccio detest gli studii prima adorati, rinneg l'opera sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere a riscontro del Secreto, dei Rimedi dell'una e dell'altra fortuna, del Trattato della vita solitaria, coi quali il Petrarca, non per una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto. L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.
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FINE.
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NOTE.
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(1) Boccaccio's Leben und Werke, Lipsia, 1880, p. 371.
(2) Lezioni di letteratura italiana, 9a ed., 1888, v. I, p. 167.
(3) "Dante chiude un mondo: il Boccaccio ne apre un altro." Storia della letteratura italiana, 3a ed., 1879, v. 1, p. 302.
(4) Giovanni Boccaccio, sein Leben und Beine Werke, Stoccarda, 1877, p. 303.
(5) Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni Boccaccio, Trieste, 1877, pp. 60-1; Studi sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, 1879, p. 254.
(6) De genealogia Deorum, l. I. c. 31; De casibus virorum illustrium. l. II, c. 7.
(7) Comento sopra la Commedia di Dante, ed. Milanesi, Firenze, 1863, v. II, p. 19.
(8) De gen., l. I, c. 10; l. III, c. 22; l. IX, c. 4; Com. v. I, p. 480 sgg.
(9) Com., v. II, p. 56.
(10) Com., v. II, p. 166.
(11) Com., v. I, p. 216, 121.
(12) Com., v. I, p. 278.
(13) De gen., l. Il, c. 52.
(14) Com., v. II, p. 185.
(15) De cas., l. VIII, c. 19.
(16) V. specialmente Com., v. II, p. 69.
(17) Purgat., c. XVI; Parad., c. XXII.
(18) C. GEIGER, Petrarka, Lipsia, 1874, pp. 87-91; VOIGT, Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, 2a ed., Berlino, 1880-81, v. I, pp. 73-4.
(19) Vedi BURCKARDT, Die Cultur der Renaissance in Italien, 3a ed., Lipsia. 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di F. GABOTTO, L'astrologia nel Quattrocento, nella Rivista di filosofia scientifica, anno VIII (1889).
(20) Le lettere edite ed inedite di Giovanni Boccacci tradotte e commentate da F. CORAZZINI, Firenze. 1877, p. 281.
(21) Storia della letteratura italiana, v. I, p. 287.
(22) Se ne pu vedere un saggio nella Cronica di Matteo Villani, l. I, c. III, in fine. In molti luoghi fu data colpa del contagio agli ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solito l'ignoranza e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. HECKER, Die grossen Volkskrankheiten des Mittelalters, Berlino. 1865, p. 57 sgg.
(23) Vol. II, p. 19.
(24) Historia Neminis, mitgetheilt von W. WATTENBACH, Anzeiger fr Kunde der deutschen Vorzeit, 1866, col. 381 sgg.
(25) Una cosa mi par di notare, alla quale non vorrei, del resto, dar troppa importanza, e significato che forse non ha. Il Boccaccio ci dice che il vero nome di Ser Ciappelletto era Cepparello, mutato in quella forma dai francesi, che lo frantesero. Ora, Ciappelletto sta per Chapelet, e chapelet vuol ben dire in francese, come nota lo stesso Boccaccio, piccolo cappello e piccola ghirlanda, ma vuol anche dire rosario. La devozione del rosario fu introdotta nella Francia meridionale da San Domenico, ai tempi delle persecuzioni contro gli Albigesi.  fortuita questa corrispondenza di nomi, o dobbiamo scorgere in essa un'altra intenzione satirica? il MANNI ricorda (Istoria del Decamerone, Firenze, p. 147) una famiglia de' Cepparelli esistita in Prato, e crede nella novella si narri un fatto storico. Fonti di essa non si conoscono: per qualche riscontro vedi LANDAU, Die Quellen des Dekameron, 2a ediz., Stoccarda, 1884, p. 250.
(26) Pi di un santo avrebbe dovuto essere bicipite o tricipite, e aver magari due corpi, per far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei preziosi avanzi. Se non che questa non  difficolt da porre in imbarazzo la devota credulit. Un gesuita savojardo, per nome Giovanni Ferrand, in un suo libraccione sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio pu bene avere moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione della propria potenza e a maggiore edificazion dei credenti.
(27) Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla a pi riprese SALIMBENE nella sua Chronica, Parma, 1857, pp. 38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha non poca somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di Borbone parla di un ladro venerato per santo, e di un santo il quale fu, in origine, un cane (Anedoctes historiques, lgendes et apologues tirs du recueil indit d'ETIENNE DE BOURBON dominicain du XIIIe sicle, publis par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, pp. 328, 325). Intorno a certe particolarit della credenza religiosa e del culto vedi alcune belle considerazioni di M. GUYAU, L'irrligion de l'avenir, Parigi, 1887, pp. 90 sgg.
(28) Dialogus miraculorum, l. X, c. 67.
(29) Inf. c. XX, vv. 16-17. Questo Michele Scotto altri non  che il noto filosofo del secolo XIII, autore del De secretis naturae e di altri trattati. Fu un tempo in corte di Federico II e pass per suo astrologo e negromante.
(30) Dittamondo, l. II, c. 27.
(31) , assai pi in lungo, la novella XXI del Novellino (testo Gualteruzzi), nella quale peraltro il nome di Michele Scotto non occorre.
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FINE.